Arrivati a questo punto, la domanda centrale non è più soltanto morale o identitaria, ma anche pratica: la remigrazione funziona davvero? Se la si presenta come una politica concreta, allora deve reggere almeno tre verifiche: deve essere giuridicamente possibile, economicamente sostenibile e numericamente efficace.
Prima di tutto, va chiarito che l’unica forma di “ritorno” compatibile con uno Stato di diritto non può essere una deportazione collettiva fondata sull’origine etnica, culturale o religiosa. Nell’ordinamento europeo, le procedure di rimpatrio devono rispettare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il principio di non-refoulement, il diritto d’asilo e il divieto di espulsioni collettive; ogni decisione deve essere individuale e soggetta a garanzie giuridiche.
Quindi, se per remigrazione si intende una politica di massa rivolta a persone “non abbastanza italiane” o “non abbastanza europee”, essa non è semplicemente una proposta dura: è una proposta incompatibile con i principi fondamentali dello Stato costituzionale. Se invece la si riduce al rimpatrio volontario assistito, allora bisogna guardare i numeri. E i numeri mostrano che questa misura esiste già, ma ha un impatto molto limitato.
In Italia, nel 2025 sono stati effettuati complessivamente 6.772 rimpatri, di cui soltanto 675 volontari assistiti. Nei primi sei mesi del 2026, fino al 30 giugno, i rimpatri totali sono stati 4.221, di cui 579 volontari assistiti. Nello stesso periodo, dal 1° gennaio al 30 giugno 2026, gli sbarchi registrati in Italia sono stati 14.372; nel 2025, nello stesso periodo, erano stati 30.060. Questo significa che il rimpatrio volontario assistito non è, nei fatti, una politica capace di modificare strutturalmente i flussi migratori.
Il confronto diventa ancora più evidente se si guarda alla migrazione legale. Il decreto flussi per il triennio 2026-2028 prevede 164.850 ingressi per lavoro nel 2026, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028. In altre parole, lo stesso Stato italiano riconosce ogni anno la necessità di decine di migliaia di lavoratori stranieri. È difficile sostenere, contemporaneamente, che la presenza migrante sia solo un peso e che il sistema economico abbia bisogno di nuova forza lavoro dall’estero.
Anche dal punto di vista economico, l’idea che “i migranti consumino risorse” senza contribuire non regge. Secondo la Fondazione Leone Moressa, nel 2024 il valore aggiunto prodotto dai lavoratori stranieri in Italia ha raggiunto 177 miliardi di euro, pari a circa il 9% del valore aggiunto nazionale. Un’analisi del Centro Studi e Ricerche IDOS indica inoltre che nel 2023 lo Stato italiano ha speso 34,5 miliardi di euro per cittadini stranieri, ma ha incassato da loro 39,1 miliardi tra tasse e contributi, con un saldo positivo di 4,6 miliardi.
Il problema, quindi, non è la migrazione in sé. Il problema è il modo in cui viene gestita. Quando una persona resta per anni in una condizione di precarietà giuridica, senza accesso pieno al lavoro regolare, alla formazione linguistica, alla casa e ai servizi, quella persona viene spinta verso il lavoro nero, lo sfruttamento e la marginalità. In questo senso, l’irregolarità non è soltanto una condizione individuale: è anche il prodotto di un sistema politico e amministrativo inefficiente. Lo stesso IDOS sottolinea che il cattivo funzionamento del decreto flussi e la diffusione del lavoro nero producono evasione fiscale, perdita di contributi e sfruttamento.
A questo punto bisogna chiedersi: quanto costerebbe una vera politica di remigrazione volontaria?
Nei programmi italiani di rimpatrio volontario assistito sono previsti contributi economici limitati: per esempio, materiali informativi sul programma indicano un’indennità iniziale di 615 euro e un contributo di reintegrazione di 2.000 euro per il richiedente, più 1.000 euro per ogni familiare incluso. Anche immaginando un costo diretto di circa 2.600-3.000 euro per persona, senza contare viaggio, amministrazione, assistenza legale e reinserimento, rimpatriare volontariamente 10.000 persone costerebbe almeno 26-30 milioni di euro. Per 50.000 persone si salirebbe ad almeno 130-150 milioni. Per 100.000 persone ad almeno 260-300 milioni, probabilmente di più.
Ma il punto decisivo è un altro: non basta offrire denaro perché una persona decida di tornare. La scelta migratoria dipende da sicurezza, futuro economico, famiglia, debiti contratti per partire, reti sociali, persecuzioni, guerre, documenti, possibilità di reinserimento e condizioni reali nel Paese d’origine. Per questo i rimpatri volontari assistiti restano numericamente bassi. Anche altri Paesi europei hanno provato incentivi economici. Il Regno Unito prevede un sostegno fino a 3.000 sterline per chi accetta il ritorno volontario. La Svezia, dal 2026, ha introdotto un contributo molto più alto, fino a 350.000 corone svedesi per adulto, ma il governo svedese stesso ha riconosciuto che finora poche persone hanno utilizzato questi programmi.
Questo mostra un limite fondamentale: la remigrazione volontaria può essere uno strumento individuale, utile per alcune persone che desiderano davvero rientrare e ricostruirsi una vita nel Paese d’origine. Ma non può essere una soluzione strutturale alla questione migratoria. Se diventa una parola d’ordine politica, rischia di nascondere altro: non la gestione dei flussi, ma la costruzione di un nemico interno.
La vera domanda, allora, non è: “Come mandiamo via più persone?”. La domanda più seria è: “Come trasformiamo una presenza già reale in una presenza regolare, produttiva e sicura per tutti?”. Una politica più razionale dovrebbe investire in canali legali di ingresso, procedure d’asilo più rapide, apprendimento linguistico, riconoscimento delle competenze, accesso al lavoro regolare, contrasto al caporalato e distribuzione territoriale più equilibrata dell’accoglienza. Questo avrebbe un costo iniziale, ma potrebbe ridurre molto di più i costi sociali dell’esclusione, dell’irregolarità e dello sfruttamento.
In conclusione, i dati portano a una risposta abbastanza chiara: la remigrazione non è una soluzione strutturale. Come rimpatrio volontario assistito, è una misura marginale e numericamente debole. Come progetto politico di massa, invece, entra in conflitto con lo stato di diritto e con i principi fondamentali di uguaglianza. Il vero nodo non è l’esistenza del migrante, ma il sistema che decide se trasformarlo in lavoratore, contribuente, cittadino sociale oppure in capro espiatorio.
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